Vorrei che questo mio racconto, in cui ho cercato di trasmettere tutte le mie sensazioni, le mie debolezze e le mie gioie, non suscitasse stupore per il fatto che un cieco si cimenti in gare estreme, ma il desiderio di uscire, di guardarsi intorno, di compiere qualche passo oltre i soliti confini, che facesse nascere il germe della curiosità.
[...]
Queste mie riflessioni non sono solo rivolte a chi vede o non vede, ma spero che possano fare breccia in tutti, normodotati o portatori di disabilità. Che poi, se ci pensiamo bene, cosa vuol dire disabilità? Forse non essere abile in qualche azione o forse avere una qualsiasi menomazione? Io non credo che questo sia il significato, credo piuttosto che il disabile non sia chi è stato colpito da malattia, dalla mancanza di qualche senso o che sia impedito a camminare o che gli manchi l’uso di un arto e così via, credo piuttosto che disabile sia o possa essere definito chi non riesce a badare a sé stesso, chi rinuncia ad appropriarsi della sua parte di universo, chi rinuncia agli affetti, all’amore, tutti quelli che sono preda di paure e fobie di ogni genere.
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