Nina fuma sigarette elettroniche nel seminterrato che chiama casa, persa in interminabili partite a Call of Duty per anestetizzare la stanchezza di giornate sempre uguali. Dall’altra parte dello schermo c’è Davide: stessa città, stesso gioco, stessa rabbia senza nome. Si incontrano così, nella guerra simulata, mentre quella reale continua a consumarli fuori campo.
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Nina lavora nel call center di un piccolo editore che pubblica paccottiglia per nostalgici del fascismo. Mentre il suo sogno di diventare scrittrice si scontra con un lavoro precario, intorno a lei si muovono colleghi grotteschi e tragici, specchio di un sistema fondato sul bisogno e sulla manipolazione. Davide, invece, diventa driver per la grande multinazionale della logistica: un impiego che promette autonomia e garantisce sfruttamento. Corre, consegna, resiste, Davide. A incrociare le loro vite ci sono Dionisia, studentessa di psicologia che tira avanti come cameriera, e Andrea, ex militare sopravvissuto alla guerra e a un tumore causato dall’esposizione all’uranio impoverito. Il loro incontro incrina ogni certezza: Andrea porta addosso una violenza sistemica che lo Stato ha prodotto prima di abbandonarlo. È vivo, ma non è salvo. E il suo modo di stare al mondo, sospeso tra autodistruzione e bisogno d’amore, mette Dionisia di fronte ai limiti della propria empatia. In un mondo livido e terminale fatto di call center bugiardi, magazzini invisibili, app di incontri e città che costringono a correre senza arrivare mai, la Multinazionale diventa il simbolo di un sistema che assorbe anche il conflitto, trasformandolo in logistica, profitto, normalità. Tutto il furore è un memorabile romanzo corale sulla guerra quotidiana combattuta al lavoro, nei corpi, nelle linee di frattura dei traumi e in certi silenzi che paiono abissi. Ma tra le macerie resta ancora la possibilità fragile della diserzione. E del gesto ribelle.