Sud degli Stati Uniti. Rose, una donna in schiavitù, scopre che la figlia Ashley, di nove anni, verrà venduta. Dovranno dirsi addio.
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Come potrà proteggerla da un mondo che la vede solo come uno strumento, o peggio? Come potrà starle vicino quando all’orizzonte non c’è altro che abbandono? Prende un sacco di cotone e lo riempie con un vestito sbrindellato, qualche noce pecan, una ciocca dei suoi capelli. Infine, come esprimendo un desiderio, o compiendo un rituale magico, vi sussurra dentro tutto il suo amore. Il kit di sopravvivenza è pronto e madre e figlia si separano per sempre. Ma il sacco rimane: Ashley lo porta con sé negli anni dello schiavismo e della Guerra civile americana e alla fine lo lascia alla nipote, Ruth, che nel 1921, a Philadelphia, vi ricama la storia della famiglia. Dopo un lungo periodo in mostra allo Smithsonian, oggi è tornato in South Carolina: da lì, a Charleston, città di sfarzose ville e prigioni, è iniziata la sua vicenda rimasta a lungo sconosciuta. Miles l’ha svelata facendo anni di ricerche tra i documenti dello schiavismo, sterminati e disumani elenchi di persone e cose, ma anche ben oltre: nella storia materiale, tra le testimonianze di chi c’era, nella letteratura contemporanea. E così la vita di tre donne, lacerata dal lutto e ricucita da un gesto visionario di «speranza radicale», diventa il racconto di secoli di storia americana e centinaia di migliaia di persone schiavizzate. Una «storiografia poetica», tanto rigorosa quanto immaginifica, che trova nel «sacco di Ashley» la risposta a una domanda urgente: a quali risorse possiamo attingere quando tutto sembra perduto, ieri nell’orrore dello schiavismo, oggi in un mondo sempre più predatorio e polarizzato?