«In tanta varietà di scuole si empì la mente di belle immagini»: nella pagina di Lanzi, Sebastiano Ricci è un artista mobile e vitale, il cui intenso viaggiare tra i centri dell’arte italiana si dimostra un atto di conoscenza, una periegesi di connessioni visive.
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Nella sua pittura confluiscono le forme di una vasta tradizione, che include anche altre arti e media, a configurare una intrinseca molteplicità e intertestualità dell’immagine, secondo il tropo della mimesis elettiva. E il fine della sua arte non sembra più essere l’asserzione di un principio, ma un nuovo piacere della visione. Con questa sua dote di abile vocabolarista, di superatore di correnti in un’ottica combinatoria, Ricci sarebbe forse rimasto un eclettico pittore del tardo barocco, se non fosse giunto a Firenze dove tra il 1705 e il 1707 compose in Palazzo Marucelli un ciclo di affreschi e tele che è a tutt’oggi il suo complesso decorativo più innovativo e articolato, e l’unico a essersi conservato interamente nel luogo d’origine. Il volume analizza gli aspetti teorici dell’estetica riccesca, dalla giovinezza alla prima maturità, seguendolo nel suo sfrecciare attraverso le città e gli stili, fino all’approdo fiorentino. Qui, focalizzandosi sul cantiere marucelliano, sondato sala per sala, si portano a emersione le relazioni istituite dal pittore con i propri collaboratori e con il contesto: in particolare con la grande statuaria dell’età della Maniera, a cui forse fu avviato da interessi di comunicazione politica e di posizionamento culturale dei committenti. Di fatto, le formule impervie e sfidanti dei manieristi si trasferirono dai piedistalli alle pareti, e l’oggetto osservato finì per modificare l’osservatore, esercitando la propria influenza e generando un quantum di variazione che marca davvero un prima e un poi nella storia della pittura italiana.
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